Qualcosa che ha strettamente a che fare col subconscio, è alla base dell’ultimo film di Kamal Aljafari che, in effetti, è il suo primo, e letteralmente dimenticato. Tre nastri ritrovati – così racconta Aljafari – con la scritta a mano in arabo With Hasan in Gaza (l’autore non riconosce neppure la propria grafia), la difficoltà di riprodurli (si tratta di mini DV) e soprattutto all’inizio, a parte riconoscere che quella nelle immagini è Gaza, nessuna memoria di averli girati, niente di niente fino a quando in una scena appare proprio lui, Kamal Aljafari, e allora il ricordo di quel viaggio di molti anni prima risale come un lampo la china della memoria. Aljafari, ancora adesso a film finito, afferma che, a parte una sequenza specifica (quella nella casa di Hasan), non ricorda di avere girato il film, non ha un ricordo del fatto fisico di girare le lunghe sequenze che compongono il film – spesso e volentieri sorprendenti per istinto dello spazio e della realtà che lo squarcia - da far coincidere con la visione di quelle immagini, come dovrebbe avvenire naturalmente. Davvero dunque – più di quanto capiti di solito a qualunque regista o scrittore – sembra di trovarsi di fronte a un film girato da qualcun altro, e ancora di più, visto che il film in questione mostra luoghi e persone che molto probabilmente non esistono più, scomparse o ammazzate da venticinque anni di invasioni israeliane (cosa che ricorda la situazione che aveva fatto dire a Godard/Miéville: Ici et ailleurs). E tanto per aggiungere complessità, Aljafari ricorda di aver fatto quel viaggio a Gaza con nessuna intenzione di fare un film, ma solo di provare a giocare con l’idea di fare un film, per testare il risultato dei suoi studi di cinema appena terminati a Colonia, in Germania. Il che la dice lunga sul mistero che resta il cinema.
Aljafari era partito per andare a cercare qualcuno con cui era stato nelle prigioni israeliane. Il viaggio durò ventiquattro ore, tra l’uno e il due Novembre 2001, e durante questa giornata Aljafari non smette mai di filmare. Curiosamente, o forse magicamente, Aljafari si ritrova il film già fatto, o per lo meno si trova a constatare come fosse stato in grado di montare il suo primo film nel momento stesso in cui lo girava, un montaggio in macchina forse guidato dall’ulteriore subconscio del luogo, che poi per qualche motivo gliene cancella la memoria. Ma di fatto, a parte un segmento finale che Aljafari decide di tagliare per motivi legati al senso del film (dalle due ore e mezza di girato si arriva a un film di un’ora e quarantacinque minuti), montare un film già montato lo conduce a mantenere le riprese nell’ordine in cui sono state fatte (con minime aggiunte di testo e musica). Tagliare una persona o uno scorcio di terra che oggi non esistono più, avrebbe significato procurare un’altra ferita su un corpo già martoriato, avrebbe significato fare di nuovo male ai palestinesi e alla Palestina.
Cosa si vede in queste immagini? Gaza come non c’è più. Gaza prima di essere spazzata via dalle bombe israeliane. Strade, case, la luce del lungomare, luce e bambini, orde di bambini che corrono verso l’obiettivo, “fotografo, mi faccia una foto!”. E ovviamente le recinzioni oltre cui gli israeliani controllavano che nessuno uscisse da questa prigione a cielo aperto. Non c’è dubbio che Aljafari deve avere subito pensato questo non è un omaggio a Gaza, non c’è nulla da omaggiare, qui c’è da guardare in faccia la morte. Difficile pensare a un film più doloroso e insieme più attivo contro il genocidio ancora in corso. Perché è vero che mostra una folla di fantasmi e un mondo scomparso, ma è proprio su questa frequenza spettrale che si innesta la domanda se qualcuna di queste persone sia ancora viva oggi, un segno di vita in un abisso di morte.