"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

FESTIVAL/Nitrate Picture Show 2015

Sunday, 19 July 2015 10:44

Donatello Fumarola

UNA PELLICOLA NITRATO VI SEPPELLIRÀ

Rochester, NY

La provocazione lanciata dal Nitrate Picture Show, voluto e guidato da Paolo Cherchi Usai alla George Eastman House nei primi giorni di maggio, è grande, in radicale controtendenza rispetto all’andazzo seguito dalla stragrande maggioranza delle istituzioni cinetecarie mondiali, e in qualche modo formulata alla Henri Langlois (a metà strada tra il rigore e l’azzardo): le pellicole nitrato (in uso regolarmente fino alla fine degli anni ‘40, la cui proiezione è ora vietata per legge praticamente ovunque), se ben conservate, sono probabilmente il miglior supporto da proiezione per i film, oltre che il più duraturo, garantendo un livello qualitativo elevatissimo e un’esperienza di visione senza paragoni. Lo testimoniano i film presentati dal festival: copie stampate 70 o persino 80 anni fa, ancora in una forma splendente (letteralmente). Pellicole bianco-nero che non sanno cosa sia l’opacità e Technicolor che non sembrano aver perso un solo pigmento dell’originaria, vastissima gamma di colori. La famosa "instabilità" del nitrato che lo rende 'pericoloso' rispetto alla sua infiammabilità, coesiste con una eccezionale stabilità rispetto a quanto è stampato sul fotogramma, a differenza della pellicola acetato (introdotta al posto del nitrato d’argento) che invece si è dimostrata instabile proprio rispetto ai colori, alla definizione e alla luce (per cui le copie, col tempo, virano sul magenta o sul giallo-verde, i contorni sfarinano e il bianco-nero diventa un’amalgama di grigi).

NitratoIl discorso sulla conservazione (per non parlare del restauro) dei film è complesso e non lo si può liquidare in poche battute. Tanto più avendo a che fare con l’arte dell’effimero per eccellenza, alle dipendenze dell’economia e della tecnica. La posta in gioco, in ogni caso, è l’aura, quell’aria impalpabile che contorna e dà forma e senso a quel mezzo imperfetto e mutevole che sono le immagini, a cui il Nitrate Picture Show ha dato la parola offrendogli la miglior cassa di risonanza possibile (il Dryden Theatre di Rochester e i suoi proiezionisti coi loro Century projectors riadattati) ponendo al centro della sua proposta i film, presentati nel loro formato originale, affiancati da alcune testimonianze d’eccezione (come quella di Roger Smither, che ha presentato il suo appassionato lavoro di ricerca attorno al nitrato, durato molti anni, culminato in un libro pubblicato nel 2002, This Film Is Dangerous). 


Il festival è stato inaugurato sotto il segno del grande genio ribelle del cinema hollywoodiano, probabilmente il più ostinato: William A. Wellman, con due dei suoi lavori maggiori degli anni ‘30, A Star Is Born e Nothing Sacred (due splendidi Technicolor del 1937), mostrati qui come preludio alla retrospettiva che sta circolando per gli Stati Uniti lungo tutto il corso dell’anno. Il figlio, William Jr., ha presentato, oltre ai due film, un interessantissimo libro biografico sul padre, Wild Bill Wellman, che attinge largamente dai molti appunti e diari  personali di Wellman lungo tutto il corso della sua carriera, che lo ha portato a essere eroe di guerra nell’aviazione durante la Prima Guerra Mondiale, attore pentito, portalettere per le star della Hollywood degli inizi e infine regista di oltre settanta film (tra cui il vincitore del primo Oscar della storia degli Academy Awards, Wings, a cui Wellman non fu nemmeno invitato). 

In A Star is Born Wellman è riuscito, tra le molte qualità del film, a aggirare il codice Hays, che dal ‘34 ha imbrigliato tutta la produzione cinematografica statunitense (fino al ‘68), costruendo un quadro insieme impietoso e teneramente partecipe del mondo del cinema, in una Los Angeles filmata nei suoi luoghi topici dell’età dell’oro hollywoodiana, dove si consumano ascese strepitose e cadute vertiginose nello stesso istante tra l’indifferenza e l’idolatria di una massa capricciosa, desiderosa, scatenata di aspiranti partecipanti della nascente società dello spettacolo. La lucidità di Wellman nel ritrarre quello stesso mondo di cui faceva parte - piuttosto rissosamente - con ammirevole piglio individualista, è notevole, e in un certo senso Nothing Sacred (girato subito dopo) ne è la didattica, l’illustrazione beffarda (grazie anche alla strepitosa Carol Lombard), il controcampo (non solo esteticamente, essendo girato, con tutt’altra gradazione di luci, a New York), il disvelamento cinicamente divertito della meccanica che sta alla base del cinema (che John Ford ha reso malinconicamente mitica nel celebre "Print the Legend" del finale di Liberty Valance). 


È sempre un’esperienza spiazzante rivedere un film, specie quanto lo si rivede in un formato diverso. Spesso mi è capitato di non riconoscere quasi nulla di un film rivisto in tv dopo averlo visto al cinema, magari dalle prime file davanti a uno schermo grande. A volte quello che vediamo, più della storia e delle immagini stesse, è davvero solo l’aura, che per me personalmente è quasi la sola cosa che mi sembra di riconoscere nei film che amo. Rivedere Portrait of Jennie di William Dieterle (del 1948), dopo averlo visto molte volte in tv e almeno una al cinema, nello splendore della copia nitrato proveniente dagli archivi della George Eastman House, dove i chiaroscuri aprono abissi ancora più profondi e vasti di quelli che ricordavo, e scoprire la tessitura delle immagini che sembrano disegnate a carboncino su una tela, è stato ancora più spiazzante. Il ritratto del titolo è letteralmente ciò che il grande Joseph August (direttore della fotografia) è riuscito a fare inventandosi una tessitura mai vista al cinema. Basterebbe anche solo questo film a fare di Dieterle uno dei più grandi registi della storia del cinema americano. Che è riuscito magicamente a tenere insieme una storia tanto bizzarra e aleatoria, un’atmosfera tanto sospesa, e una tensione così implacabilmente oscura fino all’incredibile finale epifanico - che dal formato 1:33 (quadrato) bianco-nero in cui è girato tutto il film si espande in uno scope a colori. Questo è stato, almeno per me, il momento in cui mi si è rivelata la luccicanza (lo shining) del nitrato d’argento, il segno della sua differenza, come se la schiuma delle onde del mare in tempesta del finale di questo capolavoro rovesciasse fuori dallo schermo le particelle chimiche che compongono la pellicola su cui il film è impresso. 

Rivedere Casablanca per l’ennesima volta (senza averlo mai veramente amato) e scoprirne la complessità, la densità, la grandezza, la ricchezza formale intrecciata inesorabilmente, e direi  intarsiata alla storia che racconta, come le architetture arabesche in cui il film è calato e le ombre, le luci (che sembrano irradiarsi come stilettate accecanti dal corpo di Ingrid Bergman) e le ambiguità del quadro storico in cui si svolge la vicenda. Non ricordavo, tra l’altro, quanto il personaggio italiano (un piccolo funzionario fascista) che compare di tanto in tanto sia così precisamente tratteggiato nella sua ipocrisia e vigliaccheria tutta italica (tanto da sospettare che nella versione che circola da noi sia stato tagliato). 

Il film che più ha marcato le differenze visibili rispetto al formato è stato Samson and Delilah di Cecil B. DeMille, aiutato dal fatto che è anche uno degli ultimi nitrati stampati (il film è del 1949), e dalla presenza in scena di costumi pieni di superfici luccicanti. 

Ma quello che non dimenticherò mai è il godimento perverso, una sorta di disagio fisico provocato dalle immagini di Black Narcissus di Michael Powell e Emeric Pressburger (1948), che mi hanno travolto e stordito con la loro potenza e la loro violenza, il geniale duo inglese sembra aver sondato le possibilità espressive del Technicolor più estreme rispetto all'emozionalità cupa e ossessiva del film, dalla luce naturale che solo in alta quota è così brillante (l'Himalaya indiana dove è ambientato) alle molte gradazioni dell’ombra e dell’oscurità che costituiscono l’anima del film. 

Ecco, se dovessi azzardare una caratteristica che distingue in modo netto la visione di una pellicola nitrato è una certa fisicità che prendono le immagini e le luci che lo schermo riflette; non è immediata, penetra lentamente, come un veleno, rimane lì, e non ti lascia più.



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