"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

RITORNO A CASA - Prix suisse, remerciements, mort ou vif (Jean-Luc Godard)

Sunday, 19 July 2015 10:52

Naked

Il gioco dei 4 cantoni

La casa e il mondo.

Un messaggio si porta sempre dentro un pezzo di saggio, immaginarsi poi se è di Jean-Luc Godard!: un mito (quindi in parte già morto) morente (ovvero ancora in vita) come appare il cinema a uno sguardo poco attento. È l’autore del più imponente e importante film-saggio sulle storie del cinema, anzi, rimanendo nell’accezione di saggio come riflessione critica, si può senza dubbio affermare che non c’è cineasta che più di Godard si è avventurato tra le selve di immagini aprendo varchi alle tante forme prese dalla scrittura nei sui giri millenari, tracciando ponti con le arti e le scienze e ancor di più disegnando traiettorie paraboliche tra paradiso inferno attraversando quel purgatorio che è il cinema.

Eppure JLG, nonostante i suoi 85 anni, non è un cineasta saggio, non si è mai posto neanche come uomo saggio, piuttosto è rimasto legato al personaggio di enfant terrible, di miston. Non a caso in Italia, in ambito critico accademico giornalistico o festivaliero (un altro gioco dei 4 cantoni ma qui i giocatori sono sempre gli stessi e incredibilmente riescono ad occupare più posizioni nello stesso tempo), i saggi scelgono la posizione savia, prudente e embedded, preferiscono tenersi alla larga da anni dai film di Godard relegandolo in una nicchia, imbalsamandolo in un contesto, al massimo un’icona da venerare ma non da seguire.

Ma JLG, seguendo Beckett, continua a mandare i suoi messaggi per immagini. Il suo messaggio di ringraziamento è lo scherzo di un monello, uno slapstick fatto in casa, dal solo Godard, che se ha qualcosa di wiseman (saggio-uomo) è solo di Frederick, il cineasta di Boston nato anche lui nel 1930, altro beckettiano che continua a scrivere i suoi romanzi montando immagini di questo mondo. Non è un incrocio da poco, parlando di Godard e saggezza, la comunanza dell’anno di nascita con Wiseman: da una parte all’altra dell’oceano entrambi hanno passato la giovinezza ascoltando notizie di regimi sanguinari e massacri. Sia Godard che Wiseman ma anche Debord, nato nel 1931, che quella sagesse voleva non venisse mai ma ha fatto solo film saggi, hanno mantenuto nelle loro opere una componente saggistica accanto alla dimensione del gioco, forse reminiscenza di un’infanzia in cui non si poteva piangere sul sangue versato ma soprattutto a versarlo era stato qualcun altro. La casa da cui JLG ha preso coscienza del mondo è la Svizzera, il Canton Vaud per esser precisi, dove è tornato anni fa per rifugiarsi da quest’ultima guerra permanente che non prevede fine. La sua casa di Rolle, sul lago di Ginevra, protagonista di Adieu au langage è il punto di osservazione da cui l’UFO Godard racconta delle histoire(s) du cinema e della catastrofe, da cui manda lettere filmate, ci parla del nero di questi tempi e dei 3(mila anni di) disastri che ci crollano addosso.


Gahre Baire.

Tradotto letteralmente dal bengalese ghare baire sta per dentro fuori, con la prima parola che può significare anche casa. L’omonimo romanzo di Tagore del 1916 come il film girato da Ray nel 1984 hanno come titolo internazionale La casa e il mondo. Sono entrambe opere dialettiche, di conflitto intimo e politico, ambientate durante il tentativo inglese di dividere il Bengali e il movimento d’opposizione Swadeshi, l’inizio di un percorso di presa di coscienza della propria casa e del mondo. Il film di Ray, tutto girato all’interno della casa, summa magistrale della forma e della poetica di questo immenso cineasta che il libro lo aveva pensato e preparato come film già negli anni ’40, porta il conflitto interiore tra tradizione e modernità, radici e rivoluzione, del romanzo all’interno delle relazioni umane, quella tra uomo e donna innanzitutto, creando un triangolo amoroso con la figura femminile che scava dentro le ferite aperte dal conflitto esterno e di questo con l’interno.

GodardQui è in gioco la relazione tra Godard e la Svizzera, perché il message, a volerlo incasellare nella filmografia di JLG trova relazioni con altri due film elvetici: Liberté et Patrie, realizzato insieme a Anne-Marie Miéville per l’expo svizzero del 2002, e soprattutto la Lettre à Freddy Buache, che nel 1982 gli aveva commissionato un cortometraggio per i 500 anni della città di Losanna. Per Godard la Svizzera rappresenta innanzitutto le 4 mura che lo separano dal mondo e contengono il suo mondo, la casa in cui rientra con una copia di Le ceneri di Gramsci di Pasolini, così racconta in chiusura del film. Come il poeta di Casarsa sull’urna di Gramsci Godard confessa quel senso di “umile corruzione” che sente nell’accettare il “prix suisse”: quasi 30mila euro da un’organizzazione che “permette a un Consiglio Federale di legiferare per una Confederazione”. Non sembra che JLG parli di umiltà ai destinatari del messaggio ma piuttosto a 4 padri della (libertà della) patria delle cui ceneri si sarebbe forse cosparso il capo e da cui avrebbe accettato questi “emblemi dorati”. Accanto a Jules Humbert-Droz, padre del socialismo (e per Kropotkin anche dell’anarchismo) svizzero, che si organizzò con i lavoratori a Jura c’è Miguel Serveto bruciato dai calvinisti a Ginevra; Abraham Davel che morì per aver provato a liberare Losanna e il Vaud dal dominio di Berna e addirittura Godard aggiunge Arnold Winkelried, icona mitologica e proverbiale dell’eroismo dei confederati nella guerra contro gli asburgici alla fine del ‘300. Sono le 4 figure che rappresentano libertà e patria, parole che per JLG anziché formare un ossimoro sono inseparabili, oltre ad essere il motto del Canton Vaud, luogo che gli ha dato rifugio, un’isola nell’isolata Svizzera.


Memorie e confessioni.

Anche nel mondo di JLG, il cinema, le cinematografie principali: l’americana, la francese, quella russa e la tedesca, ancora 4, si sono combattute come gli Stati che le hanno governate lasciandoci tutti all’addiaccio e fino a che Hollywood, dopo aver vinto la sua Guerra Fredda e scoperto che basta la quantità senza qualità, ci ha coperto e nascosto il cielo stellato, negato finanche l’orizzonte.

Il filmessaggio di Godard gira ed è girato intorno alla casa nella sua estensione di mondo che supera i 4 cantoni perimetrali. Diventa impossibile non pensarlo alla luce del film postumo di Manoel De Oliveira, Visita ou Memòrias e Confissoes, opera privata prima ancora che personale ma che riesce a racchiudere e rilanciare tutto il cinema familiare dai Lumiére a Brakhage a Warhol a De Bernardi. Ogni casa è un’Arca di Noè, si porta dietro una sorta di missione salvifica, potenzialmente benefica sicuramente protettiva dalle tempeste del mondo, ma se la dimora che De Oliveira lasciava nel 1982 assume le sembianze del nido e del mito, quella in cui Godard si rotola e rantola è più un antro, anzi un bunker. La casa come è intesa da De Oliveira Godard l’ha trovata nel cinema, i suoi fratelli, genitori figli e parenti sono frammenti elettrici, ombre e fantasmi che da anni visitiamo con lui e che popolano le sue memorie e le sue confessioni: Les Histoire(s) non sono un’arca più grande ancora di quella di Noè? Da allora i film di JLG hanno nell’immagine il punto di partenza e di arrivo, in particolare i filmessaggi degli ultimi anni, ma già Letter to Jane (Fonda) che in qualche modo segna l’allontanamento di JLG dal mondo carnale, dal sangue e dal sudore delle lotte, prendeva spunto da una foto dell’attrice di Vento dell’Est in visita in Viet Nam. Questo messaggio di ringraziamento invece non ha altra immagine se non quella del premiato regista perché la Svizzera, dice Godard, è un paese senza cinema, ha prodotto dei film come tanti altri paesi ma “il cinema è un’altra cosa”.

Lo mostrava già a Freddy Buache nella videolettera del 1982 che mancavano immagini e suoni per raccontare i 500 anni di Losanna e che per di più la Svizzera impegnava le sue forze (di polizia, che impediscono a Godard di filmare durante un viaggio in autostrada) per bloccare sul nascere la possibilità stessa del fare cinema. Come avrebbe fatto dieci anni dopo per Liberté et Patrie il punto di inizio prescelto da Godard era lo stemma della città, nel caso di Losanna i suoi colori verde e blu che per Deleuze diventano “categorie quasi matematiche nelle quali la città riflette le proprie immagini e ne fa un problema”. Il numero è centrale anche in questo messaggio di ringraziamento (siamo nell’ambito del contabile d'altronde!) ed è il numero 4 come le pareti “della casa del mondo”, come 4 erano gli elementi per i Greci e sono le forze per la fisica moderna (quella di gravità, le deboli, le forti, le elettromagnetiche): “quattro mura in Occidente per sostenere ancora un po’ il XXI secolo”. “Ma non c’è il tetto”, e una casa senza tetto perde tutte le sue funzioni protettive e vivifiche, è una rovina, al massimo una cella o un loculo. Non a caso nei cori delle lotte per la casa in Italia il pragmatismo astorico sottoproletario canta “Cosa vogliamo? Vogliamo tutto ma sopra a tutto un tetto.”, perché senza tetto il tutto si perde.

Queste sono le memorie e le confessioni che JLG manda a chi ha deciso di premiarlo in quanto “cineasta svizzero”; non ha nessuna “casa museo” da mostrare, il suo è un messaggio “di cuore”, in tutto il film la camera è sempre all’altezza del cuore di Godard.


Ici et ailleurs.

“I cani senza collare, i gatti scacciati, gli uccelli maltrattati e altri esseri ancora che Fernandel chiamerebbe vittime”, questi sono i compagni di JLG nel suo rifugio di Rolle, le creature per cui parteggia. Godard si sente come il soldato di Ramuz e Stravinskj che torna al suo paese marciando attraverso Denges e Denezy e viene ingannato dal diavolo. L’Histoire d’un soldat da “leggere, recitare e danzare” in due parti fu scritta nel 1918 proprio nel Canton Vaud, dove Ramuz risiedeva e Stravinskj aveva trovato rifugio con la famiglia in fuga dalla Russia; il compositore e lo scrittore, insieme al direttore d’orchestra Ernest Ansermet, tutti in ristrettezze economiche, si ispirarono al Faust, infatti il soldatino protagonista perderà tutto e finirà nel mondo del Diavolo.

JLG conosce e cita questa storia, torna allo scrittore che lo aveva ispirato anche per Liberté et Patrie, quando aveva scelto il romanzo Aimé Pache, peintre vaudois per raccontare quel Canton Vaud che accomuna lui a Ramuz e Miéville. Nel romanzo Ramuz racconta la sua vita immaginandosi in un pittore che va a vivere dieci anni a Parigi, a Godard e Miéville l’escamotage narrativo era servito per mostrare che le uniche immagini vere del Vaud erano i quadri di questo pittore immaginario. Il soldato Godard ha marciato tanto, ha macinato chilometri di pellicola e nastri, è stanco, sa di dover ancora dire grazie ma non si lascia ingannare dal tintinnio né dal luccichio, sa che le lucciole sono lanterne, almeno nella sua patria. Perché JLG è in Svizzera come altrove, come il suo cantone porta in sé l’ossimoro libertà e patria, è sul confine, se la casa è Berna lui sceglierebbe il mondo (la Francia) ma è proprio da quel mondo che è fuggito.


JLG ou Je est en outre.

Nel gioco dei 4 cantoni c’è sempre qualcuno che non ha posto e dovrebbe tentare di occuparne uno.

JLG è il mito morente, il morto vivo, l’ombra Nosferatu che rientra a casa all’inizio del filmessaggio. Godard al contrario degli anarchici (ma se Godard avesse visto l’anarchia sarebbe Renoir) torna e non parte cantando, è stato premiato e non scacciato dagli elvetici, soprattutto non ha più nessuna speranza in cor. Francese, svizzero, regista, artista, vivo e/o morto, all’occorrenza genio Godard assiste da anni, sornione, a un continuo cambio di ruolo del suo personaggio da parte di chi sfruttando l’ansia di sistemare si fa sistema; vi è una sorta di accaparramento di JLG. Questa volta, come la diligente maestra Santoni di Rodari, JLG risponde a chi vorrebbe farne un saggio (campione) del cinema svizzero con una “ordinata calligrafia e corretta ortografia” slapstick; ricorda a tutti che “Je est en autre”, è altra cosa e altrove, e mostra, prendendo ancora da Rodari, che “il cosmo [JLG, il cinema] rivela, con tutto il rispetto, la sua sostanza ludica”.

Siamo finiti all’inizio, al buio, sotto i titoli prix suisse / remerciements / mourt ou vif Godard chiede: “Vi ricordate Ballabio?”. Forse Ballabio il paese lombardo? No anche Ballabio è probabilmente un altro: Erwin Ballabio, portiere e poi allenatore svizzero, soprannominato Black Panther ha giocato ed allenato soltanto il Grenchen e nella nazionale svizzera. Sia da giocatore che da allenatore Ballabio è stato protagonista di due eventi straordinari: nel 1959 fu richiamato dal Grenchen, quattro anni dopo il ritiro, per rimpiazzare il portiere nella finale della coppa nazionale vinta 1-0 sul Servette; celebre resta anche il suo esordio da allenatore della nazionale svizzera, il 24 maggio 1967, quando la sua squadra si impose 7-1 sulla Romania. Ballabio è stato un portiere, il diverso di una squadra, colui che rimane davanti alla porta e al limite del campo, ma soprattutto Ballabio è stato per ben due volte eroe per un giorno.

Ancora una volta: JLG est (en) autre!, e in questo pluriversale gioco dei 4 cantoni JLG è il prix suisse, è i remerciements, è morto o vivo….è vivo!



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