"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

INTERZONE - Nikolaj Gogol (Vladimir Nabokov)

Sunday, 19 July 2015 11:10

Edipo Massi

LA PAROLA PROPRIA E L’IMMAGINE ALTRUI

Per chi ancora crede che l’immagine è parola, o per chi ancora si interroga sullo scrivere (di cinema), non è importante da che parte giungano gli stimoli, soprattutto se la loro origine è spuria al punto (un russo che scrive in inglese di un altro russo), che la parola deve per forza arrivare a immaginarsi.

Non che si invochi un parallelo scrivere di cineasta su cineasta (anche se andate a vedere, che so, Steven Soderbergh su Richard Lester, o Victor Erice su Joseph Von Sternberg – e tralasciando tutti gli scrittori-cineasti Nuovelle Vague – e saprete cosa può voler dire cercare nella parola propria l’immagine altrui), però certo la trasparenza e l’intensità con cui Nabokov scrive di Gogol fa pensare per prima cosa alla circolazione di una Lingua comune che esula dalla coincidenza di mestieri e che vale anche per la cosiddetta arte del cinematografo riscritta o filmata in prima persona che sia.

GOGOLPrima di tutto bisogna sapere che il mondo è alla rovescia. Tutto ciò che si vede è un’illusione, e le parole che provano a sciogliere il nodo, semmai lo stringono. Dunque a illusione si somma illusione. Talvolta però c’è qualcuno in grado di infilarsi fra due o tre di queste portentose macchine astrali e produrre al loro interno un’incrinatura, far filtrare – senz’altri particolari obiettivi che non l’atto stesso del filtrare – una luce differente, un corpo una parola un’immagine che provocano nello sguardo un mutamento tanto impercettibile quanto assoluto. Secondo Nabokov queste incursioni di Gogol avvenivano anche grazie al suo affilatissimo naso, seppure l’operazione non fosse solo olfattiva ma drammaticamente visionaria: per vedere è necessario diventare ciechi (è l’affollatissimo cangiante e unico mondo di personaggi periferici di Gogol cui Nabokov giustamente dedica pagine fondamentali: mirabolanti allusioni che non hanno conseguenza, parole sonore che si riverberano e basta, subordinate che d’improvviso – eccola, l’immagine! – portano in primo piano un carattere o un personaggio e poi lo lasciano lì, abbandonato, aleggiante ma che già scolora verso l’orizzonte, inghiottito altrove).

Ora, una tale incursione in territorio nemico (se non è ancora abbastanza chiaro: il nemico è lo scrivente stesso, o il filmante, che è lo stesso…) è possibile solo a patto di alcune regole preliminari. Primo: la trama è irrilevante. Secondo: chi scrive o produce immagini con intenti educativi o di trasmissione di un messaggio, per quanto etico e nobilitante, non è uno scrittore né, per dire, un cineasta. Non ci sono personaggi, ma fenomeni facciali; non ci sono parole, ma altalene sonore; non ci sono immagini, ma formicolio di spettri che sfuggono alla presa.

Terzo: poiché il presente in cui si opera è di per sé un vicolo cieco, bisogna sapere che sicuramente qualunque buona intenzione di lavorare su fatti e condizioni sociali di bruciante attualità finirà presto nel dimenticatoio, e le anime morte non sono già più i soggetti reali di cui ci si sta interessando, ma che probabilmente circoleranno più e meglio nell’aria, stavolta davvero imperiture, secoli dopo la loro apparizione. Inoltre questa circolazione postuma permette di difendersi da quell’altro grande nemico che è il brusio, il chiacchiericcio generalizzato che faceva orrore a Gogol perché non poteva ascoltare né controllare i discorsi altrui, figurarsi ora che tutti sanno tutto e tutti parlano di tutto e tutto è (apparentemente) accessibile e a portata di mano, compresa l’ovvia constatazione che anche questo articolo ne faccia tristemente parte (anche se nel profondo della sua anima il sottoscritto sta tutt’ora implorando il perdono da Nabokov e Gogol).

Quarto: non sarà lo stile a salvarti, anzi ti rovinerà. Nabokov: “Uno scrittore è perduto quando comincia a interessarsi a questioni del tipo «che cos’è l’arte?» e «qual è il dovere di un artista?»” L’unico stile è quello in grado di costruire un sistema di brecce e buchi neri all’interno dello stile, in modo che non sia il dato riconoscibile, quello che si vede o la mera trama, ma l’invisibile o il sottaciuto a cambiare piccole porzioni di mondo, a implicare “crepe nel tessuto della vita stessa”. Allora, e solo allora, si potrà dire di avere uno stile che, in quanto tale, sarà pure l’unica trama degna di nota.

Quinto: danzare sempre sulle increspature. È più pericoloso e spesso controproducente, ma è anche dannatamente eccitante. Nessuno, soprattutto coloro che si appassionano oppure infamano storie e personaggi (è lo stesso), crederà mai che in quel luogo o quelle persone così certosinamente descritti lo scrittore non c’è mai stato o non le ha mai conosciute, ma le ha solo viste sfilare via oltre il vetro di un finestrino in corsa. Ma il fatto è che qualunque immagine e qualunque parola traggono la verità dalla propria menzogna.



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