"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

Giorgia Cacciolatti

Sunday, 07 June 2020 20:48

Fine del mondo

Più volte citato nel corso di queste lunghe settimane di allerta pandemica e di bombardamento mediatico sul tema della malattia, a mo’ di orpello, assieme alle altre sempreverdi descrizioni letterarie di antichi e moderni, il racconto di Tucidide della peste di Atene durante la guerra del Peloponneso è prezioso non solo per la sua lucidità moderna, quasi scientifica, priva di ogni superstizione religiosa, ma perché indica come aspetto più nefasto della malattia, che chiama male (κακός), l’avvilimento dello spirito (ἀθυμία). Nel far ciò ricorre al più celebre termine del lessico omerico (δεινός) che oltre ad indicare il terribile e il temibile individua ciò che è mirabile per il suo carattere straordinario. Non stupisce, se si considera che fu proprio durante quegli anni che l’individuo, finalmente tale, acquistò la coscienza di ciò che molti secoli dopo sarà chiamato esserci nel mondo. Con essa, per la prima volta, emerse anche il problema del destino individuale, scaturito dall’impossibilità di operare nel mondo secondo valori culturalmente determinati. Si iniziò allora a percepire, incalzati dalla criticità della situazione contingente, l’angoscia del nulla, e si dovette necessariamente ripensare il divino e con esso il mondo. Quello fu un problema da cui non ci saremmo mai liberati, che avrebbe via via cambiato solo nome e aspetto. È il rischio terribile di crisi della presenza di cui parla De Martino nella sua gigantesca Fine del Mondo, a cui bisogna ritornare. Che, tra le altre cose, ricorda come fino ad adesso sia stato possibile fuggire allo sporgere della storia, occultandola attraverso la ripetizione rituale di ciò che già è stato fatto nella metastoria, ovvero superare la crisi, necessaria alla sua stessa risoluzione, come l’angoscia cristiana che se compresa porta alla fede. Ma, avverte, nella società contemporanea, l’unica antitradizionalista esistente, dove è ormai pressoché assente ogni orizzonte religioso di salvezza e le apocalissi sono senza eschaton, la crisi appare nella sua nudità insormontabile, la perdita del mondano e del domestico necessariamente viene a coincidere con la perdita di senso del mondo, non essendo più possibile operarvici. La gravità della situazione attuale nasce dal violento svelamento, inaspettato e sconosciuto ai più, di questo rischio culturalmente eccezionale, dove esiste solo più la storia e la metastoria è stata fatta a brandelli, dal pericolo di catabasi senza anabasi a cui, goffamente e senza troppi successi, tentiamo di porre rimedio improvvisando una ritualità del domestico ingenua e desacralizzata, fatta di libri, film, ginnastica, di forni e di pane.

 

 

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