"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

Rat Film (Theo Anthony)

Monday, 21 November 2016 10:08

Uomini e topi

Giuseppe Gariazzo

Rat Film. O, anche, Baltimore Film, che potrebbe essere un titolo alternativo, in sovrimpressione con quello originale del primo lungometraggio d’arte, politico e poetico, astratto e carnale, dell’artista visivo, documentarista militante, fotografo e reporter, Theo Anthony. Che Baltimora, la sua città, la conosce bene, negli anfratti e nella totalità, nelle persone singole che la abitano, formando nel corso del tempo una comunità stratificata e problematica, e nella sua Storia. Abitata, inoltre, ieri come oggi, da una moltitudine di topi contro cui la popolazione, le istituzioni, gli scienziati hanno mosso e muovono una guerra senza quartiere.

L’opera di Theo Anthony è, attraverso questo pre-testo, la cartografia di un luogo, il di-segno di ambienti e di persone/personaggi uniti fra loro dal soggetto del film oppure isolati nella rappresentazione di un lavoro-ossessione-memoria moltiplicatore delle possibilità di messa in scena (il museo delle miniature che riproducono scene di crimini) e di visione (il laboratorio per la sperimentazione di esperienze in virtual reality). Questi ultimi sono due inserti a sé in un testo costituito di frecce che indicano percorsi multidirezionali, intersezioni, detours dell’occhio tra staticità e movimento, falsi movimenti e surplace del gesto e dello sguardo. Con l’inquadratura-simbolo, ripetuta, del topo all’interno del bidone dell’immondizia che salta cercando di uscire, il suo corpo teso nell’impossibile realizzazione della sua missione, nel superamento di quel muro di latta che separaunisce il dentro e il fuori. Ovvero, il senso di Rat Film, che è la mappatura visiva e sonora di un attraversamento incessante dei confini. Anche in una stessa inquadratura. Si pensi all’uomo-pifferaio seduto sul divano di casa con i topi sulle spalle, che inizia a suonare il flauto riproducendo dal vivo l’immagine contenuta in un quadro alle sue spalle con una donna che suona un analogo strumento, e alla stanza ri-di-segnata con muri di separazione che lui e la moglie hanno costruito per fare circolare i loro topi domestici; agli uomini che, con armi e oggetti, tendono imboscate assassine ai ratti che si intrufolano in un giardino o in un vicolo (e qui il discorso si espande e fotografa la questione delle questioni, la relazione fra gli americani e le armi); ai topi rosa, neonati, ancora ciechi, costretti in contenitori per essere dati in pasto ai serpenti (e qui il film devia verso lo snuff, perché un gesto di naturale ferocia animale, se eseguito in libertà, si trasforma in orrore se eseguito in cattività e alimentato dalle intenzioni scientifiche dell’uomo).

 

I confini si slabbrano. E le frecce di Rat Film aprono cortocircuiti spazio-temporali. Nel presente di Baltimora, mappata da Anthony con andature differenti (la messa in posa degli interlocutori; le strade colte nella sospensione della notte; il videogame urbano tridimensionale; gli edifici, le strade, i quartieri della città accostati in un montaggio clip punteggiato di bip sonori preceduto da una soggettiva dentro/fuori un tunnel, come un mouse, rieccoli i topi in una parola più dolce…, del computer che traccia ulteriori itinerari). Nel suo passato, nitidamente portato in primo piano tanto dalle mappe di Baltimora - sulle quali incidere fratture o posare colori per evidenziare i segni di quella problematicità sociale che significò segregazione e separazione tra la popolazione bianca e quella nera - quanto dalle fotografie dei luoghi più poveri e marginalizzati. E i corpi e i volti di anonimi afro-americani accanto alle loro baracche dialogano con quelli altrettanto anonimi filmati oggi dal regista. Cortocircuiti, sempre. “New maps. Old maps. Same maps”. La Baltimora di Theo Anthony, con i suoi topi e i suoi abitanti eccentrici (non si può non pensare a Herzog, che Anthony ha ben presente avendo frequentato nel 2013 a Los Angeles la Rogue Film School creata dal cineasta tedesco), assume quindi/infine la forma di un corpo sul quale praticare un’autopsia al tempo stesso radicale e visionaria.

 

 

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