"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

Youth: Spring/Hard Times/Homecoming (Wang Bing)

Monday, 24 March 2025 10:56

Nostro pane quotidiano

Fulvio Baglivi, Lorenzo Esposito

Progetto lungo, dilatato, verticale (stavolta pure diffuso, le tre parti per un totale di quasi dieci ore suddivise in tre festival successivi: Cannes, Locarno, Venezia) come tutta l’idea di cinema di Wang Bing. La vita ridotta al lavoro quotidiano, senza troppo bisogno di esplicitare l’intento politico, è invece martellante tunnel senza vie d’uscita, capacità unica di far coincidere strenua osservazione e abisso della durata entro cui i corpi (di questi giovani) possono solo sperare di sopravvivere. Nessun moralismo, piuttosto un rigore inquietante, una pervicacia che cerca di riacquistare uno sguardo laddove la struttura economica costringe ad avanzare a testa bassa, ciechi (ma non si saprebbe neanche più come definirla questa forma di parcellizzazione senza senso apparente se non con la distruzione dell’essere umano che le è connessa). Come nel precedente Bitter Money, dove Wang Bing già raccontava questo esercito di schiavi fantasmi che vaga per la sconfinata Cina post-maoista alla ricerca del pane quotidiano, la povertà e la perdita di ogni valore sono i protagonisti di questa sinfonia dedicata ai disperati senza volto e senza voce (e andrebbe considerato quale diretto antecedente anche 15 Hours, gemello monstre di Bitter Money sui lavoratori dell’industria dell’abbigliamento, costretto solo per la durata a farsi passare per installazione più che per un film). Affascinante tuttavia il segmento finale, che illumina il ritorno a casa di una qualche luce elegiaca, o solo malinconica, che forse allude a un’uscita dal tunnel, o perlomeno si mette alle spalle le squallide tane dove l’industria tessile stritola vite. Alla grigia ripetizione di spazi gesti e colori, subentra inatteso il ritorno, una lunga salita all’aperto in montagna che culmina con un matrimonio. Un flebile richiamo alla vita che sfugge involontariamente (e in maniera affascinante) all’ossessione osservazionale, che per Wang Bing resta l’essenza del processo, come se la fuoriuscita dalla fabbrica significasse l’entrata nella storia.

 

 

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