"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

Detroit (Kathryn Bigelow)

Saturday, 05 May 2018 08:52

A matter of how and when

Michele Sardone

Prologo: la camera scorre su una sorta di collage di pannelli animati e sonorizzati tratti dalle Migration Series di Jacob Lawrence, mentre le didascalie in sovrimpressione ricostruiscono le precondizioni delle rivolte razziali che hanno avuto luogo a Detroit nel luglio del 1967 e ne annunciano l’inevitabile epilogo. L’ultima didascalia recita: «Change was inevitable. It was only a matter of how, and when.»

 

Stacco. La messa in scena. Le rivolte non sono ancora iniziate, ma la macchina da presa continua a muoversi, sempre più nervosa, mentre pedina i vari personaggi fra i vicoli e gli interni della Detroit dei Sessanta. Per una volta, la camera a mano tremolante (della quale troppo spesso si abusa in certo cinema pseudo indipendente) sembra avere una sua legittimità: assisteremo a una ricognizione in soggettiva, quindi senza alcuna pretesa di onniscienza e oggettività, su ambienti urbani prossimi a divenire un campo di battaglia.

 

In un primo momento potremo avere la sensazione che il gioco di collage iniziale continui attraverso la riproposizione di vari scampoli di storie collettive e individuali: l’irruzione della polizia in un locale “per neri” senza autorizzazione, i primi scontri tra afro e poliziotti, i saccheggi, e le vicende di una guardia giurata di colore, di un poliziotto bianco, di un gruppo di cantanti di black music. Poi però i personaggi iniziano a confluire verso un unico luogo frequentato da neri, l’Algiers Motel, le storie pian piano collimano fra loro e quelli che ci sembravano dei frammenti di un quadro generale refrattario ad essere colto nella sua interezza si riveleranno essere delle vere e proprie premonizioni di alcuni degli atti violenti prossimi ad accadere.

 

Gli spari di una pistola giocattolo da una finestra dell’Algiers durante una festa notturna vengono interpretati come l’attacco di un cecchino alla polizia: qualche scena prima, uno scambio simile era stato fatto con una bambina che sbirciava dalla tapparella di casa. Un poliziotto bianco spara a un nero che corre per le scale del motel: durante il giorno quello stesso poliziotto aveva ucciso in maniera pressoché identica un altro fuggitivo. Due ragazze bianche sono presenti nell’edificio in compagnia di ragazzi di colore: al mattino un’altra ragazza bianca era stata colta dalla camera mentre si mescolava ai rivoltosi per prender parte al saccheggio di un negozio.

       Durante l’operazione della polizia nell’Algiers, i ragazzi lì presenti vengono messi al muro e interrogati; per estorcere loro delle confessioni che giustificassero l’irruzione, vengono inscenate, in stanze separate, delle finte esecuzioni di alcuni di loro. Nella scena iniziale avevamo assistito a qualcosa di simile: in una camera chiusa un poliziotto aveva finto di malmenare un infiltrato nel locale senza autorizzazione per spaventare gli altri avventori fuori dalla stanza. Ma nel motel il gioco della messa in scena cade: uno dei poliziotti prende il suo ruolo troppo sul serio e uccide a freddo uno dei ragazzi.

 

Quello che a prima vista ci sembra un atto assurdo e di estrema idiozia (l’idiozia cioè tipica e banale di coloro che eseguono un ordine alla lettera e fino in fondo) è invece il logico epilogo delle violenze descritte sino ad allora. Si può azzardare anzi che tutto il film, rivisto a ritroso, non sia altro che la ricostruzione di tutte le condizioni, e precondizioni (e precondizioni delle precondizioni: la storia potrebbe essere riavvolta fino ai pannelli delle Migration Series e, volendo, ancora prima) di un unico sopruso, di un singolo gesto limite.

La ricostruzione fatta dalla Bigelow scopre quindi la meccanica che c’è dietro l’assurda logica dell’esercizio della forza: una volta messa in moto la violenza, pur essendo ogni atto prevedibile e previsto (previsto in senso stretto: le premonizioni sparse per il film stanno lì a dimostrarlo), le conseguenze di ognuno di quegli atti si danno come incontrovertibili, prefigurandone l’escalation, come la palla di neve di un cartoon che rotolando si ingrossa fino a diventare una valanga. Così l’ordine dato all’ottuso poliziotto, se pur dato per finta, non poteva che essere eseguito alla lettera.

 

Ci si può chiedere se uno schema simile sia circostanziabile solo a quelle determinate condizioni che l’hanno prodotto o se sia riproponibile nel qui ed ora. È già successo, per esempio qui da noi (Genova) e non molto tempo fa (2001), con una scuola al posto di un motel. C’è stato dopo, come in Detroit, un processo che non ha reso piena giustizia. Ancora una volta si è detto, con orrenda espressione, che “ci è scappato il morto”, quasi a voler scambiare per fatalismo quella che è stata l’insulsa e implacabile meccanicità della forza. Può accadere ancora, forse è inevitabile che succeda. Si tratta solo di capire «how, and when».

 

 

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