"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

DIARY (3) - Un monde flottant (Jean-Claude Rousseau)

Monday, 23 August 2021 15:41

Lorenzo Esposito

La visione vulnerabile

 

Il fatto che l’ultimo film di Jean-Claude Rousseau trovi posto nella selezione del Cinéma du Réel, permette una volta di più di riflettere sulla percezione collettiva che si ha dell’immagine oggi. Che Un monde flottant non sia un documentario è fuor di dubbio. Eppure è in un Festival del documentario, per quanto con una lontana tradizione etnografica, che trova collocazione. Non credo che Rousseau se ne stupisca troppo, di equivoci ce ne sono stati spesso (se non sbaglio all’inizio un capolavoro come Les Antiquités de Rome venne mostrato in qualche museo d’arte contemporanea, anticipando una tendenza diventata ben presto regola per un certo tipo di cinema). Ma sono certo che la questione sia più complessa, che per esempio Rousseau non creda nel documentario tout court e che il documentario, proprio perché ‘veduta’ privilegiata per chi si interroga su ciò che le immagini mostrano o non mostrano, sia un’illusione: se si vuole mostrare qualcosa non si può non sapere che, facendolo attraverso le immagini, le immagini di per sé non mostrano nulla.

D’altra parte il cineasta francese prova a chiarire la sua posizione fin dal sottotitolo, Esquisses et croquis: schizzi e bozzetti. Le immagini di Un monde flottant anzitutto guardano a certa tradizione pittorica giapponese, cadono goccia a goccia una sull’altra, emettono e assorbono suoni, acqua e suono scivolano e si rincorrono cercando punti di sutura. Ma non sono mai quello che sono, non sono mai completamente ciò che si vede. Ricordiamo Ozu: “Io vorrei creare un’inquadratura che, mostrando solo la pioggia dalla finestra, fa immaginare in maniera semplice ma profonda anche la pioggia che cade sul mare o sulle montagne”. Un semplice fluttuante programma.

JEAN-CLAUDE ROUSSEAUPiccoli terremoti, piccoli schianti e cadute a fronte di una sola cosa certa: la morte. Rousseau inquadra più volte il paesaggio sublime e inquietante delle ciminiere alle pendici del Monte Fuji tentando l’opera impossibile di comporre il presente - e dunque ‘tutto ciò che muore’. Ma al tempo stesso vediamo l’invito, la speranza, l’invito a sperare attraverso l’altro invito a non aver paura del nostro mondo instabile, così come Ozu amava profondamente ciò che nella vita è deludente, meraviglioso e deludente (come dice la ragazza adolescente di Viaggio a Tokyo: “La vita è deludente”).

Anche i due precedenti film giapponesi di Rousseau Arrière saison e Si loin, si proche contavano cadute varie, tra le immagini e di lui stesso in una stanza d’hotel (“Non c’è buon film senza una buona caduta” a domanda, così Rousseau rispose durante un incontro pubblico dopo la proiezione dei due film al Locarno Film Festival nel 2017). Dunque c’è un’onda lunga che arriva fino a Un monde flottant e che va di pari passo col lavoro di accordo (mai di raccordo, il raccordo è nelle sceneggiature) fra le immagini, accordo che può essere muto o sonoro, può essere un crepitio, una scintilla, un occhio che sbatte. La cosa struggente - in questo e sempre nei film di Rousseau - è che la scintilla coincide con una sparizione, si filma ciò che scompare, cercando di trattenenerlo.

Così Rousseau stesso è sempre più un’ombra che cade, a un certo punto lascia la sua stanza d’hotel e viene sostituito da Hiroatsu Suzuki (cineasta anche lui che vive a Lisbona) che ne ripete i gesti - finestra telefono comodino televisione - e, come Rousseau, è vittima di una piccola grande caduta quando si interrompe durante una ripresa (momento che ovviamente Rousseau tiene nel film). Il film stesso prende una curva discendente, lento raggiunge il silenzio, l’accordo invisibile.

Cosa tiene dunque insieme questi scoppi e questi fantasmi? Le riprese di Un monde flottant sono del 2016, come e quando raggiungono questa costellazione perfetta di accordi e disaccordi? La giustezza, la precisione del quadro, se attraversati dallo sguardo, diventano qualcosa che resta. In questo senso Rousseau, oltre a non fare documentari, non è neppure un cineasta sperimentale (altro equivoco). Per lui la visione non è l’astrazione necessaria a diventare visionari, ma un incrocio di linee che in qualche modo permettano di vedere restando fragili, sapendo che la visione - se è vera immagine - è vulnerabile.

 

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