"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)
"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)
a Karl Kraus
a Fred Wiseman
a David Lynch
a Béla Tarr
Questa schifezza d’Europa fa di tutto per crepare (Paul Valery)
Il mondo, disgraziatamente, è reale (Jorge Luis Borges)
Le cose si mettono male. Mai nessuna illusione che una rivista di cinema (che lo scrivere) possa servire a qualcosa, se non a se stessi, per qualche motivo che solo noi sappiamo, e scivolare nel vuoto cosmico che merita. Semplicemente, oggi ci sono cose più urgenti, che fanno di questa favoletta estetica di nome rivista una specie di trincea in disuso che persino le intemperie si sono dimenticate di ricoprire.
Non avere neanche più la forza di appellarsi alla forza altrui, alle persone che pure in questi anni hanno contribuito a rallentare la frana e, talvolta, a prevenire erbacce (e a cui per sempre saremo grati). Neppure scriversela da soli potrebbe servire a molto. L’ignoranza, la violenza, il genocidio, l’orrore quotidiano vissuto come fatto normale e inalterabile, l’oscena connessione di messianismi ed esoterismi apocalittici, la legge del più forte, l’intelligenza (si fa per dire) artificiale che, essendo fatta di rimasugli, avanzi, residui in putrefazione, non può che rivomitare inesattezze già proprie dell’umanità più approssimativa, e ambire a nient’altro che all’assassinio.
Ebbene, forse è troppo tardi. Anche questa è appena una testimonianza come tante, che finge un barlume di speranza provando a capire. La si prenda come una fiaccola (Die Fackel), per citare un sicuro e necessario (anche se non capì Benjamin e Kafka, che invece capirono lui) antisionista cui, tra gli altri, la dedichiamo per primo (e che si è scritto la sua rivista da solo per decenni).
Anche l’illusione – che è nella natura umana – non immagina speranza, ma solo segnala che ci fu un’epoca in cui il tempo poteva essere soggetto a confutazione, dove dire troppo tardi significava considerare sempre la possibilità che fosse troppo presto. Anche Borges, dopo avere argomentato che, per logica, non esistendo il tempo, l’idea stessa di essere vivi, o addirittura di essere stati autori di qualcosa, è di per sé del tutto vana (per cui le più grandi illusioni sono il passato il presente e il futuro), ammetteva che tuttavia queste “sono disperazioni apparenti e consolazioni segrete” e che il mondo è (disgraziatamente) reale (con la famosa ironica e affranta chiusura: “io, disgraziatamente, sono Borges”). Anche Straub-Huillet definivano il cinema l’arte dello spazio, e insistevano che è necessario darsi un limite, accostare due cose al massimo, riflettere sull’accostamento e nient’altro. Poi però precisavano che quest’arte dello spazio non è davvero nulla senza una “strategia topografica”, e che, all’interno dell’inesorabile tenaglia che stringe la vita tra paradosso e illusione, l’unica alternativa è visitare i luoghi reali in modo da cercare di vedere qualcosa ma senza cancellare il mistero di ciò che si vede (Straub imputava agli scrittori e alla maggior parte del cinema di non fare queste passeggiate; Béla Tarr pensava che il cinema fosse troppo immediato nel far vedere una colonna, ma lo scrittore, che invece la può descrivere per pagine e pagine senza farla vedere, non è detto che l’abbia vista. Per entrambi allora, la preoccupazione principale era capire qualcosa dell’essere umano, “come funziona la vita tra le persone”, diceva il compianto Béla).