"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)
"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)
Siamo certi che Nadav Lapid apprezzerà la nostra ipotesi di eterno ritorno o di ripresa dal principio. Il nostro principio di immagine non genocida è che la Palestina venga liberata. E abbiamo la presunzione di credere che un grande film come Yes persegua lo stesso principio. Prima di tutto perchè ha il coraggio furioso di mostrare sulla stessa linea amore e morte senza mai essere illustrativo. Da subito, dalla prima assurda (assurda perchè assolutamente reale) sequenza, tutto ciò che è intimo tra le persone viene trasformato, anzi è una pura performance. E in quanto tale, non solo esclude l’essere umano, ma se per caso ancora considerabile dal punto di vista intellettuale, non è più ‘arte’, ma il modo con cui si sceglie di sottomettersi al potere. Ti prostituisci, sei una puttana del potere, un oggetto auto-sessualizzato. Sei osceno, insopportabile. Ma la forza di Yes, è che questo processo non è un messaggio per nessuno, non devi informare su un cazzo, devi mostrare la merda di cui fai parte, perchè tu sei l’altra faccia dei palestinesi alla cui estinzione partecipi, estinguendoti tu per primo in quanto essere umano. Se non fosse che Israele crede perversamente che questo abisso sia profetizzato in qualche scrittura, useremmo la parola caos. Invece il film resta caparbiamente attaccato alla cosa oscena da mostrare e al modo in cui si perpetua. Tuo figlio nasce l’8 ottobre 2023… Te ne stai nella tua casetta a Tel Aviv e vuoi ascoltare musica, divertirti… Ma non è musica, è rumore, ed è ovunque, e non è permesso godere innocentemente di una filastrocca, la città ti si schianta addosso, sferraglia ruvida mentre ricevi sul telefonino sms con le cifre del massacro… Boom. E tu non vuoi vedere, che cazzo, vivi a un’ora di macchina da Gaza e non vuoi sapere. Prendi una macchina e sposti la troupe sulla ‘Hill of Love’, luogo dove pasteggia il demonio, la collina dove le famiglie israeliane organizzano picnic osservando i bombardamenti di Gaza all’orizzonte. La domanda che pone Yes è semplice e terribile: cosa vuol dire essere israeliani oggi? È possibile esserlo combattendo se stessi dall’interno? Prendendo sulle spalle tutto il peso della storia e mostrando senza paura tutte le contraddizioni odierne? E lo spettatore, esiste uno spettatore per tutto questo? È giusto pensare che ci sia uno spettatore, cioè che si possa tenerne la posizione in questa situazione?? E quando il film dice: “Amore bagnato col sangue”, ebbene anche questo è inaccettabile. L’oppressione dell’altro da sé è inaccettabile. Non voler mai capire il punto di vista dell’altro è inaccettabile. L’idea di sacrificio - in fondo ambigua e pericolosissima, perchè può condurre due popoli al collasso - è l’idea di questo film rabbioso e disperato. Lapid non risparmia niente e nessuno: edonismo, massacro, violenza, paura, indifferenza, tradimento, morte. La tecnologia del controllo è ovunque, verissima e insieme surreale (come in un romanzo di Ballard), nessuno ne è escluso. Intelligenza artificiale significa morte dell’umano.