"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)
"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)
Alla ricerca di qualcosa che contrasti il mondo così com’è, la proposta più poetica arriva ancora da Hong Sangsoo. Lontanissimo dal nubifragio di simboli e definizioni di cui oggi sembra non si possa fare a meno, Hong pensa solo per deviazione. Minuzioso, non esclude nulla, soprattutto ciò che appare appena un’inezia. E tuttavia, segue quasi con stupore idee appunti e digressioni, forse in cuor suo sognando di potersi disarcionare dalla posizione stessa di regista, fino a raggiungere una sorta di zona libera che si determina prima di tutto come non-sapere (esattamente come il Godard di À bout de souffle). Ogni cosa, anche quando segnata da una ricostruzione precisissima drammatica e ironica della vita, allude a un suo pur minimo lato in ombra. Il senso all’inizio fluttua incerto, in attesa però di essere assimilato con una concretezza poetica che riguarda senza sotterfugi ciò che si narra e ciò che si vede. Qualcuno potrebbe chiamarlo vivere, qualcun altro riflettere. Filmare il vivere, filmare il riflettere. Non importa. Importa l’intuizione di ciascuno, per Hong tutte valide e ciascuna portatrice di verità e possibilità. Le relazioni – tra le persone, con la natura – non vengono mai imposte, né spiegate in anticipo, forse potranno essere comprese solo in retrospettiva (in mezzo a What Does That Nature Say to You riappare il personaggio della madre che si era vista, senza spiegazioni né individuazioni, nella prima, apparentemente casuale, inquadratura o momento di vita quotidiana). La cronologia, lungi dall’essere destrutturata, è piuttosto il risultato di un vuoto di memoria, scaturita da un’abitudine come un’altra del regista, del personaggio e dello spettatore. In realtà, ciò che Hong chiede a se stesso e all’immagine, è di riconsiderarsi di continuo, di mostrare e di supporre. Fatti e persone si muovono all’interno di una relazione mobile, non fissa di spazio e tempo, cioè proprio quello che nei film di Hong ci viene dato come possibilità semplice e diretta. Tutto il contrario. Nulla ci dice cosa sia rilevante o irrilevante, tutto è compreso nel titolo di questo film bellissimo: What Does That Nature Say to You. Meno enigmatico di quello che sembri, questo titolo è invece riepilogativo di un’opera intera, e la domanda va considerata rivolta da Hong a se stesso, è il regista che si interroga sul suo metodo affermandolo (e non c’è bisogno di punto interrogativo).