"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

  •  FP15

    THE MEDUSA’S EYE

    Orson Welles    Dennis Hopper    Artavadz Pelešjan
    Oliver Stone    Charlie Kaufman
    Gianfranco Rosi    David Fincher    Abel Ferrara
    Catarina Vasconcelos    Luca Guadagnino

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Naked

Alien

 

JAKE (His face is pale, his eyes glazed with liquor. He’s not drunk, but he’s been drinking heavily.): The Medusa’s eye. Know what I mean? Whatever I look upon finally dies under my gaze. The Medusa’s Eye. Yeah. Somebody once told me about that. Maybe it’s true. The eye behind the camera. Maybe it’s an evil eye at that. There were some Berbers once up in the Atlas Mountains that wouldn’t let me even point a camera at them. They think it dries up something in the soul. Who knows? Maybe it can. Aim too long at something. Stare too hard. Drain out the virtue. Suck out the living juices. The girls and boys, even the places, I’ve shot’em all. Shot’em dead. Whiskey, Mother?

(Orson Welles, Peter Bogdanovich, This Is Orson Welles)

 

Un UFO alla Mostra del Cinema di Venezia. Resta questa visione nitida di un oggetto non identificato calato al primo festival degli anni della pandemia, sul Lido fantascientifico del 2020, una sorta di base carpenteriana con noi tutti mascherati come scienziati, distanti, diffidenti per difenderci dalla “cosa” che poteva annidarsi sotto qualunque spoglia. Forse quelle mascherine invocavano protezione proprio dal virus del cinema, che quando si manifesta scompagina le nostre sicurezze, ci fa ammalare, fa venir meno i confini al cui interno siamo abituati a muoverci, cambia gli orizzonti. Quando è apparso Hopper/Welles nel suo bianco e nero tremulo di due camere 16mm è stato subito chiaro che era quello l’incontro ravvicinato, quelli erano gli alieni, era l’irruzione del cinema tra i film, più o meno buoni non fa differenza, che si alternavano stancamente nel rituale recitato a memoria nonostante tutto intorno rimarcasse la sua vacuità e la nostra vanità. Che ci siano il cinema e il film e che non siano la stessa cosa è ampiamente dimostrato dalla rivista che Pasolini e Adriano Aprà decisero di chiamare proprio Cinema&Film: Hopper/Welles si offre ai nostri occhi immediatamente come cinema: non è montato, non ha titoli di testa e coda, ha i ciak e le luci in campo, sin dal titolo sembra non avere personaggi e attori. Alla Mostra era presentato come un’appendice, un minima parte delle 120 ore di girato per The Other Side of the Wind, una conversazione tra Orson Welles e Dennis Hopper girata a mo’ di “provino” per il film che Welles aveva iniziato a girare e non avrebbe mai portato a termine. Per Bob Murawski e gli altri che hanno partecipato all’impresa di comporre una versione di The Other Side of the Wind queste due ore di conversazione non sono soltanto un “approfondimento”, una discesa ulteriore nel magma di girato e materiali, ma la riprova che le intenzioni di Welles fossero proprio di girare un film che avesse alla base il confronto tra due generazioni di Hollywood. Il fatto che Welles si faccia chiamare Jake come il personaggio di Huston nel film, che le camere siano fisse e puntate entrambe su Hopper, che il discorso, pur nella sua deriva, si avviti intorno al cinema e alla sua fabbrica californiana danno ragione alla visione materica e tecnica degli autori di The Other Side of the Wind 2018 che qui, presentando i materiali intatti, si fanno “curatori”.

HOPPER/WELLESMa accostandosi a queste due ore memori dello spirito e dello sguardo di grandi wellesiani come Ciro Giorgini e Rogério Sganzerla, ecco che Hopper/Welles appare in tutta la sua immensa statura, flagrante cinema che quindi contiene in sé tanti, tutti i film. Ciro Giorgini con il suo lavoro ha mostrato come ogni frammento, ogni singolo frame di Orson Welles porti con sé tutta la potenza del cinema, come in un cono il fotogramma è il punto di partenza che si proietta all’infinito. Lo stesso ha trovato Sganzerla che, smontando e rimontando i materiali wellesiani, ne ha messo in luce la vita che incontenibile in ogni immagine si presta alla creazione di altri film, che ogni singola parte è sineddoche di un tutto che è il cinema, che ogni progetto ha la visione e la presenza del genio, dell’Homo Ludens che fu sconfitto dalla sagacia dell’Homo Sapiens. Il perno è Orson Welles ovvero una cosa da un altro mondo, un altro pianeta, un’altra specie.

Ecco allora che allo stesso tempo Hopper/Welles è propedeutico al progetto The Other Side of the Wind ma è anche l’indagare curioso di Welles su colui che in quel momento, siamo nell’autunno del 1970, è assurto a simbolo della cosiddetta New Hollywood, di uno che in quel momento si professa rivoluzionario e non solo gli è “concesso”, ma è proprio la concessione a donargli un’aura dal punto di vista degli Studios. Completamente diversa era stata la sorta dell’autore di Citizen Kane, ripudiato e radiato dallo stesso establishment che fa di Easy Rider un punto di ripartenza. È chiaro che questo era dovuto alle questioni di marketing che ponevano i movimenti sessantotteschi, ma è altrettanto evidente 50 anni dopo che Citizen Kane è un film irrecuperabile dalle dinamiche politiche e produttive di Hollywood tanto quanto il film di Hopper, pur portando tematiche “scabrose”, era funzionale al gattopardismo delle major.

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