"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

  • FP10  

    CINEMA vs DEATH

    Yervant Gianikian     Angela Ricci Lucchi

    Paul Schrader     Agnès Varda     Steven Spielberg

    Elias Canetti     Albert Serra     Hu Bo

    Luise Donschen     Apitchapong Weerasethakul

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di Erik Negro

In Viaggio...

 

Si può pensare quasi a una dicotomia, quella che oggi porta a riguardare un’avanguardia, a percorrerne i primi passi attraverso gli ultimi testimoni, a evocarla nel rapporto intimo che lega una parola a un’immagine. Quando Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi percorsero parte della lunghezza del continente russo la grande epopea sovietica era giunta a conclusione, il viaggio verso est correva lungo un (in)significante di conversione nella sua alba, mentre il significato rimaneva sommerso nel materiale umano che fu magma e ora forse solo ricordo solidificato. Un’erranza che poteva essere allo stesso tempo archeologia e scoperta, che esigeva nuovi occhi dagli spettatori di quella diretta provvisoria, e ora qualcosa di simile da noi che di riflesso arriviamo al nucleo di una delle più potenti ed impressionanti espressioni del Novecento, fissate proprio quando il secolo breve conosceva il suo tramonto. Solo a distanza di molto tempo quell’esperienza è venuta alla luce, frammento dopo frammento, nella sua completa e profondissima dialettica del ritrovamento e dell’espansione del percorso. Nel 2010 alla Mostra di Venezia Notes sur nos voyages en Russie 1989-1990 (quindici minuti di appunti e acquerelli); due anni fa al Centre Pompidou di Parigi - e poi al Filmmaker di Milano - A propos de nos voyages en Russie (percorsi bibliografici di un’ora); poi la scorsa estate prima la pubblicazione del volume The Arrow of Time. Notes from a Russian Journey 1989-1990 (Humboldt Books) ed infine l’installazione per documenta 14 a Kassel (replicata lo scorso gennaio a Rotterdam, nella sezione dedicata alle visioni “sconfitte” della storia, grazie a Gerwin Tamsma e Roberto Turigliatto, di cui diamo conto qui). Journey to Russia (1989-2017) è così una sorta di macchina del tempo, scomposta e ricomposta da sei canali che costruiscono l’impalcatura di un archivio ideale (lavorato e rielaborato dagli archivi stessi), che prende forma fisica e materica nel rotolo di dieci metri disegnato (ad acquerello) da Angela Ricci Lucchi, un impressione di splendidi simboli abbozzati e commentati, come traccia invisibile di un passaggio. Un’opera che si muove tra la straordinaria complessità e la naturale semplicità di qualcosa che lotta costantemente contro la morte, non quella dei sensi, ma quella ben più drammatica dell’oblio, di una parola fatta essa stessa frammento volatile e fragilissimo, esposto ad un tempo che divora ogni particella di ogni storia esperienza e umanità. Un tempo che concede solo la durata di un viaggio, l’ultimo possibile, insieme infinito e irrisolto.

coveer storySi sarebbe dovuto chiamare Interni a Leningrado poi Diario di viaggio nella città di Osip Mandel'stam. Ritratto dell’avanguardia “sommersa” degli anni Venti e dei suoi eredi passando per la definizione di Materiali non montati per un film da fare. Ora semplicemente Viaggio verso la Russia, con le date di inizio e di fine (sempre che queste possano realmente esistere). Metamorfosi che ha dentro di sé il senso delle parole che uniscono in un unico vortice Semyon Aranovich, Nina Berberova, Grigori e Valia Kozintsev, Ida Nappelbaum, Iosif Chejfic, Julia Dobrovolskaja, Aleksej German ed Anna Achmatova. Oracoli che ci riportano ai tempi del FEKS come alla figura di Mejerchol’d, filmati nella loro intimità casalinga, evocati dalla copertina dei propri testi, riemersi da fotografie commentate e reinventati negli acquerelli di Angela. Si parla dello spirito rivoluzionario dei linguaggi, dell’esperienza pulsante minata dal dramma della censura staliniana, di fughe notturne ed eterni ritorni nella terra sovietica; l’impressione è quella di un universo oramai sommerso che rivive nei dettagli di un interno come nella ruga di un volto, esercizio fine quanto estremo di filmare il processo crudele della memoria colta nel suo disfacimento, deteriorata dall’irreversibilità del tempo (della storia come della società). Un lavoro che appunto si sviluppa come archeologia di un’avanguardia, sdoppiandole entrambe nel tentativo di svelare l’immagine che c’è dietro a un’ideologia fino a pulirla e liberarla. La stessa esperienza fisica del viaggio viene rappresentata dalla caducità di immagini senza definizione (né tecnica, né filosofica), quasi a ritroso, come rilettura velata e vorticosa che trasforma l’intimità di un diario in espressione abbagliante del dispositivo filmico. Un dispositivo che a sua volta germoglia nell’arte dell’aneddoto, del particolare che racconta l’universale, disgregato nel dettaglio che coglie il nostro sguardo e infine riappropriato (anche criticamente) dal film nel proprio farsi. Non sono più gli archivi a parlare, ma anime viventi che ci raccontano delle forme e dei mutamenti di una possibile memoria collettiva e culturale insegnadoci ancora una volta a guardare partendo proprio dal loro rivedere e rivivere il tempo che fu. Questa è la possibilità del futuro evocato, ovvero la contemporaneità di un’archeologia d’avanguardia sull’avanguardia, far dialogare il passato con il presente, nella speranza di una traiettoria possibile che non si fermi all’oggi. 

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