"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

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Tra il mondo e quello che non è ancora

 

Le figure umane dei tuoi film, nel Buco il pastore morente ma anche gli speleologi, autori di un’impresa poco conosciuta e ricordata, ma lo stesso vale per i protagonisti dei film precedenti, li definirei “i dimenticati”…

I dimenticati è innanzitutto un titolo leggendario, girato da De Seta nel ’59 in un posto a me molto caro che è Alessandria del Carretto.

È vero che l’impresa dei ragazzi del ’61 è stata dimenticata, ma una cosa che mi ha colpito è che gli stessi protagonisti non pensavano potesse essere raccontata, né lo avevano fatto. Questo è l’opposto di quello che viviamo oggi, dove una cosa sembra non abbia dignità se non è resa pubblica in tempo reale, al contrario il loro averla considerata vita, esperienza frontale che si vive pienamente, questo impregnarsi dell’esperienza e rimanerne appagati, mi è sembrata una lezione importante.

È chiaro che questo ti pone davanti a un problema: se loro non lo hanno raccontato che diritto ne ho io di farlo? Però io penso che i miei film non siano propriamente dei racconti, mi ha sempre incuriosito e interessato la sfida dell’evento, cercare di realizzare degli accadimenti cinematografici che dallo spettatore possano essere vissuti come esperienza.

Trovo che lo spazio ne Il buco sia uno spazio cosmico, nonostante il film vada nella direzione opposta, all’interno della Terra che noi abitiamo. Però appunto il buco, anche come spaccatura, è uno spazio che ti permette di inquadrare dalle viscere al cielo, il fuoricampo è infinito. Mi sembra che in questo senso anche rispetto agli altri tuoi film siamo in una dimensione molto più grande.

Il buco - Michelangelo FrammartinoIo sono partito dalla sorpresa di scoprire in uno spazio che pensavo di conoscere - perché io il Pollino l’ho attraversato tante volte, ho amici.. - e che invece ignoravo una parte importante e che questa parte è lo sconosciuto per eccellenza, perché la dimensione sotterranea è lo sconosciuto per eccellenza. Questo oscillare tra familiare e sconosciuto era abbastanza irresistibile, il film ha preso questa piega abbastanza rapidamente cioè la possibilità di confrontarsi con questa frontiera, enorme, perché interrogare lo sconosciuto significa interrogare qualcosa che non ha una forma. Nel caso delle grotte uno sconosciuto che nessun uomo ha mai incontrato prima. È accaduto anche a me di essere il primo ad entrare in una parte di grotta, con amici speleologi che avevano individuato una nuova finestra proprio nell’Abisso di Bifurto, questa grotta verticale. In quel momento sei il primo essere umano che entra in quel posto, con la luce frontale lo guarda e battezza, come dire costringi questo informe senza misura e senza nome a diventare quel pozzo vasto che io ho definito tale, l’ho colonizzato e l’ho portato nel mondo.

Questo lavoro tra il nostro mondo e quello che non è ancora è stata la tensione di questo film, cioè l’idea di fare una progressione che ti metta in rapporto con questo fuoricampo assoluto e che in sostanza non finisce mai, perché in grotta è vero che colonizzi e dai forma però la frontiera ogni volta si sposta.

Il punto era l’informe e l’informe ti sfugge, perché sia come filmmaker che come speleologo esplorando uno spazio punti la luce per interrogarlo ma puntando la luce ti sfugge, si sposta. Quando con Giovanna (Giuliani) concepivamo il film dicevamo che quando qualcosa si vede è troppo tardi.

Il desiderio dello speleologo sarebbe poter vedere la grotta senza di lui, perché la grotta è il luogo dove non c’è l’uomo, per questo vuole sempre arrivare dove nessuno è mai stato, ma nel momento in cui ci arriva quel posto non c’è più, non è più lo stesso, è diventato realtà. Questo film nasceva con la voglia di incontrare qualcosa di non cinematografico, di non umano anche, come inseguimento di quest’altra dimensione, con questa strana condanna di distruggerlo illuminandolo. Sicuramente anche come grande fallimento, ma la speleologia è una pratica del fallimento, quando si giunge in fondo a una grotta c’è sempre delusione non c’è euforia, non è come scalare le vette delle montagne, tutt’a un tratto esci da un meandro ed è finita lì. Se leggi i bollettini dell’esplorazione del Bifurto c’è malinconia e questo è bellissimo.

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